Dotazione tecnologica dell’avvocato e rimessione in termini ai tempi del PCT


Il Tribunale di Perugia ha avuto modo di affrontare il tema della rimessione in termini in un’ipotesi di tardivo deposito (di una seconda memoria ex art. 183, 6° comma, cpc), dovuto ad “..un eccezionale e perdurante – quanto illegittimo - “distacco” della linea telefonica e connessione ADSL operata dal gestore di telefonia scelto dal difensore”.
In altri termini, la causa del mancato rispetto del termine perentorio previsto dalla norma richiamata è stata dedotta ed individuata nel fatto che per vari giorni lo studio dell’avvocato fosse privo di linea telefonica e dati, per un inadempimento del gestore telefonico.
Si trattava, quindi, di decidere come un simile fatto si collocasse all’interno del nuovo sistema della rimessione in termini, come delineato a seguito della generalizzazione dell’istituto, operata dalla L. 18/06/2009, n° 69, che (con l’art. 46, 3° comma) ha abrogato l’art. 184bis cpc, aggiungendo nell’art. 153 cpc (Inderogabilità dei termini perentori) il secondo comma, dedicato all’istituto in questione (con l’art. 45, 19° comma).
Evidenziato come il sistema così risultante si fondi sul concetto di autoresponsabilità soggettiva (su cui: http://www.filodiritto.com/articoli/2011/10/la-rimessione-in-termini-riformata-dalla-l-69-del-18062009/), il Tribunale di Perugia ha affermato che “la causa che ha determinato il ritardo nel deposito della memoria istruttoria non sia imputabile a colpa e/o negligenza della parte”; sottolineando come il difensore avesse dimostrato di “aver posto in essere una serie di attività (che non vengono indicate, ndr.) finalizzata ad eliminare l’inconveniente -eterodeterminato- senza riuscirci” e che la circostanza per cui “…in altre occasioni (perdurando il distacco della linea telefonica e di connessione al web, operata dal gestore) il medesimo legale abbia ovviato utilizzando strumenti di altri colleghi, rappresenta –semmai- lo zelo e la diligenza del professionista e non un elemento da cui trarre la conseguenza negativa del mancato analogo impegno nella fattispecie de qua”.
La decisione chiude il proprio argomentare sul punto, ritenendo che non sia esigibile “… che ciascun avvocato si munisca -sempre e comunque- di almeno un doppione dell’apparecchiatura tecnologica di base (magari con gestori diversi e diversi luoghi di collegamento della linea telefonica) per “partecipare” al PCT (e per ovviare anche ad un distacco temporaneo dipendente da guasto improvviso o da illegittimo distacco della linea telefonica)...”.
***…..*…..***
La decisione in esame si presta a diverse critiche, sia per l’impianto “ideologico” che manifesta, sia per la non condivisibile soluzione adottata nel caso concreto.
Sotto il primo profilo, si deve doverosamente premettere come l’estensore del provvedimento sia un avvocato che svolge anche funzioni di giudice onorario di tribunale e che, evidentemente, appartiene alla corrente di pensiero (purtroppo diffusa tra i professionisti) che considera il “processo civile telematico” come qualche cosa di diverso ed estraneo al processo civile disciplinato dal codice di procedura (atteggiamento già segnalato in questo blog e su cui, molto più autorevolmente: Gianpaolo Impagnatiello, Regole del c.d. processo civile telematico e sistema del codice di rito, in Scritti dedicati a Maurizio Converso, a cura di Domenico Dalfino), imposto agli avvocati che, pur avendo studiato giurisprudenza, sono chiamati ad avere competenze da informatici. Ed infatti, nel procedere argomentativo, l’estensore qualifica gli avvocati come “utenti” costretti a dotarsi una strumentazione tecnologica minima, così individuata:
1) connessione web,
2) “registrazione al PCT”,
3) conseguente “...acquisizione di un sistema di collegamento telematico individuale e certificato (una vera e propria chiave unica di accesso al sistema)...” (alludendo, forse, al kit di firma digitale, che contiene anche il certificato di autenticazione).
Il tutto, come già riportato, al fine (non di esercitare la professione nell’ambito del processo, ma piuttosto) di “partecipare al PCT” (come fosse, appunto, qualche cosa di diverso e astruso).
E’ evidente come tale visione del processo civile e del ruolo che vi svolge l’avvocato sia del tutto distorta e che, se mai è esistito, il giovane Ned Ludd ha ripreso vita nel Tribunale di Perugia.
Sembra inutile evidenziare ancora come l’informatica e la telematica abbiano assunto un ruolo pervasivo nella quasi generalità delle attività, anche lavorative e professionali (si pensi al modo di pagare gli F24 o di inviare le dichiarazioni dei redditi), e che il loro utilizzo nel processo abbia reso possibili non solo rilevanti risparmi di spesa (anche ai professionisti), ma anche una più agevole programmazione dell’attività dell’avvocato, con dilatazione dei tempi per lo svolgimento di attività materiali, quali i depositi, e possibilità di agire da remoto senza il vincolo della presenza fisica nei luoghi ove sono situati gli uffici di interesse.
Ed infatti, è difficile immaginare che nel 2016 ci siano avvocati che non utilizzano normalmente la connessione ad internet, il computer, la posta elettronica (sia certificata che non) e tutte le utilità che consentono di non essere tagliati fuori da quella competitività, a causa della quale anche una professione un tempo nobile e votata alla realizzazione della Giustizia è scaduta in attività imprenditoriale o ad essa assimilata.
A seguire il ragionare dell’estensore del provvedimento in esame, invece, viene da chiedersi se una tale fobia tecnologica abbia accompagnato i professionisti nei cruciali passaggi dalle penne d’oca a quelle a sfera e da queste alla macchina da scrivere, da queste ai computer e se si siano mai verificate ipotesi di rimessione in termini di avvocati che abbiano giustificato il mancato rispetto di un termine perentorio per la carenza di inchiostro, di carta o di nastro, dovuti ad inadempimento del fornitore.
Ad ogni modo, gli strumenti elencati dall’ordinanza in commento come “imposti” dall’esigenza di “partecipare al PCT”, altro non sono che gli ordinari strumenti di lavoro di un qualsiasi professionista che voglia stare al passo con i tempi e voglia fornire al proprio cliente, assistito, patrocinato o mandante un servizio a prova di responsabilità ex artt. 1176, 2° comma e 2236 c.c.-
Infatti, la soluzione adottata è criticabile anche sotto il profilo strettamente giuridico, essendo infondati i presupposti da cui muove la decisione per giungere a qualificare come inesigibile il comportamento che il professionista deve tenere per ovviare alle carenze della propria organizzazione..
Una più attenta ed effettiva connessione con il mondo reale, infatti, avrebbe dovuto condurre il giudicante ad impostare diversamente il ragionamento sul criterio di esigibilità dei comportamenti utili a consentire il rispetto del termine perentorio e, conseguentemente, evitare la decadenza e la responsabilità professionale ad essa collegata.
In tema di responsabilità medica, la Corte di Cassazione ha affermato il principio in base al quale “...il medico (e a fortiori lo specialista) deve impiegare la perizia ed i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria, con sforzo tecnico correlato all’uso degli strumenti materiali normalmente adeguati per il tipo di attività professionale in cui rientra la prestazione dovuta. E’ pertanto tenuto a verificare (anche) l’organizzazione dei mezzi adeguati per il raggiungimento degli obiettivi in condizioni di normalità con adozione di tutte le misure volte ad ovviare alle carenze strutturali ed organizzative incidenti sugli accertamenti diagnostici e sui risultati dell’intervento” (Cass. 21/04/2016, n° 8035).
E’ richiesta, quindi, una dotazione di mezzi tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria: l’ordinanza è datata 15/06/2016, due anni quasi esatti dall’obbligatorietà (pur parziale) del deposito telematico degli atti endoprocessuali, tre anni e mezzo dall’annuncio (L. 228/2012) dell’inizio di tale esclusività,  trenta anni dal primo “ping” che collegò l’Italia ad Internet; in questo quadro normativo e di civiltà e sviluppo tecnologico, a cui le professioni non sono rimaste impermeabili (ne sanno qualche cosa i commercialisti ed i notai), qualificare “pretesa inesigibile” il dotarsi di strumenti atti a prevenire carenze di connettività, rectius a garantire la connessione in ogni situazione, è affermazione giuridicamente errata alla luce degli standard di diligenza dovuta da chiunque voglia esercitate la professione forense nel 2016.
L’affermazione della necessità di uno standard di diligenza adeguato nell’utilizzo delle tecnologie è rinvenibile nella pronuncia n° 13817 del 06/07/2016, con cui la Corte di Cassazione, a proposito della mancata consultazione dell’indirizzo PEC da parte di un imprenditore obbligato a dotarsene, ha affermato essere “ … onere della parte …, normativamente obbligata … a munirsi di un indirizzo PEC, assicurarsi del corretto funzionamento della propria casella postale certificata, se del caso delegando rale controllo, manutenzione o assistenza a persone esperte nel ramo, e senza che tali problematiche possano integrare materia rilevante ai fini di un sospetto di illegittimità costituzionale della relativa disciplina.”
Si potrebbe, quindi, concludere affermando l’ingiustizia del provvedimento che si commenta, perché il principio da applicare in simili fattispecie è quello per cui: “rientra negli ordinari obblighi deontologici e professionali (ex artt. 1176 e 2236 c.c.) dotarsi di strumenti utili ad essere sempre connessi (d’altra parte è sufficiente un qualsiasi dispositivo mobile di ultima generazione spesso esibito come status symbol, ignorandone le potenzialità) ed evitare simili incidenti capaci di generare molteplici profili di responsabilità.”
Ed è questo, infatti, il comportamento che è sempre stato suggerito in sede di incontri di formazione professionale, dove il principio del “tu’ is megl’che uan” (meritoriamente divulgato dall’Avv. Nicola Gargano) è passato dall’essere un momento di ilarità ad un invito pressante ai colleghi.
Anche perché, ad ulteriore rafforzamento del principio non è inutile evidenziare come pure sotto il profilo economico una simile dotazione sia assolutamente alla portata di tutti (si parla di poche decine di Euro al mese o una tantum, a seconda delle soluzioni), se si vuol esercitare la professione con la necessaria dignità, consapevolezza e diligenza.
E proprio l’aspetto economico consente di individuare un ulteriore momento di critica all'inquadramento di questa fattispecie al di fuori dell'autoresponsabilità colposa, con un’argomentazione antitetica rispetto a quanto sin qui sostenuto.
Si può affermare, infatti, che è vero, ha ragione l’estensore del provvedimento nel dire che non si può pretendere il doppione di tutto (ma, colleghi, credete, dotatevi almeno di un doppio kit di firma digitale, i cui certificati abbiano scadenze diverse): infatti, sono tante e tali le possibilità di connessione ad Internet, che non è affatto necessario dotarsi di questo e quel dispositivo, device o strumento di connettività.
Un deposito telematico può essere fatto ovunque, dal bar sotto casa, dalla piazza del Comune, dall’Internet Point più vicino, dalla casa di un amico, di un collega, dalla camera d’albergo, dal Freccia Rossa e da ovunque ci sia la possibilità di connettersi ad una rete internet.
A Perugia, poi, anche i locali dell’Ufficio postale centrale, che sta al piano terra dell’edifico ove è posto il Tribunale, offre un accesso libero ad una rete wi-fi, con una semplice registrazione, così rendendo possibile accedere ad Internet ed effettuare depositi in maniera tale da realizzare quel “PCT di prossimità” (in attesa dei totem posti nei corridoi dei tribunali), espressione ossimorica, utilizzata in maniera del tutto impropria, per indicare l’auspicabile avvento dell’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione anche nei procedimenti avanti ai giudici di pace.
Per concludere, non resta che richiamare il titolo di una trasmissione in onda ogni mattina alle 7,45 su www.webradioiuslaw.it: “Svegliati avvocatura” ed invitare tutti al convegno che si terrà il 15 Luglio 2015 a Perugia dove si tratterà anche degli aspetti deontologici connessi all’uso delle tecnologie.

Perugia, 08/07/2016                                                                                Avv. Stefano Bogini