La Corte di Cassazione sull’art. 35 DM 44/2011


Lo scorso 12 Maggio 2016, la Seconda Sezione della Corte di Cassazione ha depositato la sentenza n° 9772, con cui ha affrontato uno dei temi che più hanno appassionato i cultori di quello che viene definito  “Processo  civile  telematico:  ovvero  la  validità  del  deposito  telematico  degli  atti introduttivi effettuato prima dell’entrata in vigore del DL 83/2015 (che, dal 27/06/2015 avanti ai Tribunali e dal 30/06/2015 avanti alle Corti d’Appello, ha previsto la facoltatività del deposito di tutti gli atti diversi da quelli indicati nel comma 1 dell’art. 16Bis del DL 179/2012).
Problema particolarmente importante per le conseguenze riconnesse alla soluzione ad esso data, come nella fattispecie esaminata dalla Corte, nella quale era stata dichiarata linammissibilità del deposito telematico di un atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo.
Il Tribunale di Bergamo, infatti, aveva emesso la pronuncia in data 20/01/2015, in relazione ad una iscrizione a ruolo effettuata il 22/12/2014, quindi nel periodo in cui era obbligatorio il deposito telematico degli atti endoprocessuali nei giudizi introdotti dopo il 30/06/2014 e la disciplina del deposito degli atti diversi era ricavata dalla esistenza (e dal contenuto) del decreto emesso dalla DGSIA (Direzione Generale  dei  Sistemi  Informativi Automatizzati) ai  sensi  dell’art.  35  DM.
44/2011.

Ed il Tribunale di Bergamo aveva motivato la decisione proprio sulla circostanza che, pur essendo stato attivata anche prima del 30/06/2014 la facoltà di deposito telematico ex art. 35 DM 44/2011, tale provvedimento autorizzativo non contemplava fra gli atti depositabili, l’atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo.
Precedenti, simili decisioni erano già state oggetto di critica (Maurizio Reale: Deposito telematico può riguardare solo gli atti individuati da decreto ministeriale, in Altalex 07/07/2014; Francesco
Minazzi: Processo Civile Telematico: lindicazione degli atti depositabili, in dimt diritto mercato

tecnologia del 18/07/2014; Luca Lucenti: Costituzione telematica nel PCT (e non solo): non scherziamo  col  fuoco,  in  Ragionando_weblog,  in  tre  parti  del  11/09/2014,  22/09/2014  e
17/10/2014), evidenziando come nessuna norma conferisse alla DGSIA il potere di determinare le tipologie di atti depositabili telematicamente, avendo il compito esclusivamente di accertare linstallazione e lidoneità delle attrezzature informatiche, unitamente alla funzionalità dei servizi di comunicazione dei documenti informatici dei singoli uffici.


Ebbene  la  Corte,  pur  rigettando  il  ricorso  (perché  proposto  ex  art.  111  Cost,  contro  un provvedimento che avrebbe dovuto essere appellato, avendo contenuto sostanziale di sentenza anche se forma di decreto), ritenendo la questione di particolare importanza, ha pronunciato il seguente principio di diritto, ex art. 363 comma, cpc: In tema di processo civile telematico, nei procedimenti contenziosi dinanzi ai tribunali dal 30/06/2014, nella disciplina dell’art. 16Bis del dl n° 179/2012 …, anteriormente alle modifiche apportate dal dl 83/2015 (che con l’art. 19, comma 1, lettera a, n. 1, vi ha aggiunto il comma 1 bis), il deposito per via telematica, anziché con modalità cartacea, dell’atto introduttivo del giudizio, ivi compreso l’atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo, non luogo ad una nullità della costituzione dell’attore, ma ad una mera irregolarità, sicché ogniqualvolta l’atto sia stato inserito nei registri informatizzati dell’ufficio giudiziario previa generazione della ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del Ministero della Giustizia, deve ritenersi integrato il raggiungimento dello scopo della presa di contatto tra la parte e l’ufficio giudiziario e della messa a disposizione delle altre parti”.
Non può che salutarsi con favore una simile decisione, sia per la presa di coscienza della rilevanza delle problematiche che afferiscono all’uso degli strumenti dell'informazione e della comunicazione nel processo civile, sia per la soluzione concreta data alla fattispecie.
Grazie alle puntuali argomentazioni addotte dallo sfortunato ricorrente, la Corte ha avuto il modo di affermare, in primo luogo, il principio per cui dalla regola dellesclusività del deposito telematico per gli atti endoprocessuali (art. 16, 1° comma, DL 179/2012), non può ricavarsi quella, opposta, del divieto del deposito telematico per gli atti introduttivi.
Principio che riceve ulteriore conforto dalla disciplina codicistica delle nullità e dal principio della strumentalità delle forme, che non sono prescritte per la “realizzazione di un valore in o per il perseguimento di un fine proprio ed autonomo; di tal che, la deviazione dallo schema legale deve essere valutata come mera irregolarità, ogniqualvolta lattività deviante abbia conseguito lo stesso scopo che si sarebbe ottenuto con il rispetto delle forme prescritte (richiamando la nota Cass. SSUU
04/03/2009, 5160, in tema di deposito a mezzo del servizio postale).

Interessante, poi, il passaggio ove la Corte rileva come lipotesi di costituzione telematica fosse già stata prevista dal legislatore che, con L. 18/06/2009, 69, aveva appositamente modificato l’art. 83


cpc, proprio per disciplinare le forme del rilascio della procura al difensore che si costituisce attraverso strumenti telematici (recependo i principi espressi da Trib. Milano ord. 30/01/2008, su cui:  Maurizio  Sala,  Processo  telematico:  primi  problemi  e  prime  soluzioni,  in http://www.sala.it service/getrisorsa.php?risorsa=15).
Finalmente, poi, la Corte precisa il ruolo e la funzione dell’art. 35 DM 44/2011, sposando linterpretazione di cui alla dottrina sopra citata ed affermando che non rientra -nellambito dei compiti del provvedimento DGSIA (nda) lindividuazione, …, del novero degli atti depositabili telematicamente, la quale discende da normativa primaria”.

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Pur accogliendo la decisione in questione con indubbio e convinto favore, è necessario evidenziare alcuni aspetti che meritano una diversa valutazione.
1) Se, da un lato, è indubitabile la presa d’atto, da parte della Corte, della rilevanza della disciplina che passa sotto il nome di Processo civile telematico”, dall’altro, si ha la sensazione che se ne continui a parlare come di un fenomeno a sé, avulso o, quanto meno, a margine, del sistema processuale.
Il fatto stesso che il principio di diritto affermato esordisca con la frase In tema di processo civile telematico, ...”, acuisce questa sensazione di separatezza, come se il processo civile telematico debba essere qualche cosa di diverso dal processo civile, come se il sistema procedimentale che lo caratterizza possa essere scisso in due o più fenomeni: da una parte il processo civile telematico e dallaltra …., già, cosa c’è dall’altra, se non l’utilizzo degli strumenti dellinformazione e della comunicazione, obbligatoriamente richiesto per le parti già costituite? E facoltativamente concesso anche in fase di costituzione, sì da avere da subito un fascicolo ed un processo completamente digitalizzato? Ad oggi solo avanti agli uffici del giudice di pace ed in Corte di Cassazione l’uso di questi strumenti è limitato alla consultazione e (dal 15 Febbraio 2016, in Cassazione) ed alle comunicazioni. Ma il processo di digitalizzazione raggiungerà presto anche questi uffici giudiziari, completando un cammino iniziato, quanto meno (ma si veda la dettagliata analisi della normativa compiuta da Luca Lucenti), 15 anni or sono con il DPR 123/2001.-
Va bene, quindi, parlare di Processo civile telematico (o anche PCT) nelle cronache, negli eventi e nei colloqui, ma ufficializzare una simile definizione a livello di giurisprudenza e (soprattutto) nei


testi legislativi (come si legge nel DL 53/2015 e nel disegno di legge delega per la riforma del processo civile), appare un evidente errore, frutto della difficoltà ancora diffusa di cambiare la mentalità: linformatica e la telematica fanno parte del processo civile, sono il processo civile, e la riscrittura del codice di procedura, se proprio si deve fare, dovrebbe recepire le norme sull’uso di questi strumenti, senza relegarle in un testo unico, che non farebbe altro che protrarre un simile equivoco.
2) Altro aspetto di perplessità è la limitazione temporale della portata della pronuncia, che prende in considerazione i procedimenti contenziosi iniziati dopo il 30/06/2014, data di entrata in vigore del DL 90/2014, che ha scandito i termini ed i tempi dell’obbligatorietà (esclusività) del deposito in forma telematica. Vero è che lart. 16 bis del DL 179/2012 (introdotto dal DL 90) rappresenta un termine di paragone insostituibile nel confronto fra obbligatorietà e facoltatività, ma è anche vero che i problemi posti dall’estensione della portata precettiva dell’art. 35 DM 44/2011 si erano presentati già prima di quella data e che il principio affermato ora dalla Corte ben avrebbe potuto adattarsi anche a situazioni precedenti, contribuendo a sanarle e a consentire la definizione di eventuali  contenziosi  in  atto  aventi  ad  oggetto  provvedimenti  come  quello  del  Tribunale  di Bergamo. Per cui, vista la precisione ed il dettaglio con cui è stata limitata la portata temporale del principio, c’è da chiedersi se lo stesso sia applicabile a fattispecie che non rientrano in quell’arco temporale.
Questa osservazione modo di rilevare come un legislatore più attento e padrone della disciplina su cui interviene, avrebbe ben potuto (e dovuto) in sede di DL 83/2015 o di legge di conversione, una volta decisa la regola della facoltatività del deposito telematico degli atti diversi da quelli di cui all’art. 16Bis, comma 1, DL 179/2012, emanare una norma che sancisse la salvezza degli effetti dei depositi telematici eseguiti in forza (o in assenza) dei vari decreti emessi ex art. 35 DM 44/2011 dalla DGSIA, anticipando il principio che si sta commentando ed evitando situazioni come quella subita dal collega che ha proposto il ricorso che ha meritoriamente (ma in modo beffardamente inutile per la sua posizione) consentito alla Corte di emettere la decisione ex art. 363, comma, cpc.
3) Da ultimo, c’è un passaggio della motivazione e dello stesso principio di diritto affermato, che rischia di creare un ulteriore equivoco.


Si tratta del passaggio in cui si fa riferimento alla previa generazione della ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore di posta elettronica certificata del Ministero della giustizia, ex art.
16bis, comma 7, DL179/2012”.

Ben venga il richiamo a questa norma se serve a ribadire che i riferimenti temporali contenuti in questa ricevuta sono quelli opponibili ai fini della tempestività del deposito e del rispetto dei termini (salvi i problemi della 3^ pec dei controlli automatici, su cui si rinvia al precedente articolo sul blog, ma su cui si vedano le acute e pertinenti osservazioni di Pietro Calorio: Errori materiali, rifiuto del deposito telematico e rimessioni in termini: una ricostruzione critica alla luce della prima giurisprudenza di merito, in Altalex del 30.05.2016); appare, invece, errato sotto il profilo tecnico e strutturale (avuto, cioè, riguardo al profilo strutturale dell’architettura hardware e software che sovrintende al deposito telematico) se, come sembra dalla consecuzione dei periodi, volesse intendere che linserimento dellatto nei registri informatizzati avvenga con la generazione di questa ricevuta, da parte del gestore PEC del Ministero.
In realtà, linserimento dellatto nel fascicolo informatico (e non nei registri, dove viene annotato l’evento) avviene solo all’esito dell’apertura della busta da parte del cancelliere e solo se il file xml che correda l’atto (art. 11 DM 44/2011 e 12 specifiche tecniche DGSIA del 16/04/2014) è stato correttamente compilato.
Ed, in effetti, avendo riguardo alla struttura di cui sopra, il gestore PEC del Ministero (art. 4 DM

44/2011), per il fatto di appartenere al Dominio Giustizia (art. 2, lett. a, e art. 3, DM 44/2011), giustifica e colloca temporalmente (con la generazione della ricevuta di consegna) la presa di contatto fra il soggetto abilitato esterno (art. 2, lett. m, lett. 2, 3 e 4) ed il mondo giustizia”, ma non con l’ufficio giudiziario destinatario del deposito e con il relativo registro (e fascicolo) informatizzato.
Il gestore PEC, infatti, invia la busta al Gestore dei Servizi Telematici (art. 2, lett. d) e art. 5, DM

44/2011) che, dopo aver controllato liscrizione al ReGIndE (art. 7, DM 44/2011) del firmatario della stessa, inoltra il file all’ufficio giudiziario di destinazione, ove il personale di cancelleria provvederà all’apertura della busta, accettando il deposito e consentendo la collocazione degli atti e dei documenti nel fascicolo e la creazione del relativo evento nei registri di cancelleria. Tutto ciò è documentato, per il mittente, con la ricezione della 4^ PEC, nella cui attesa può manifestarsi quello


stato psico-patologico che va sotto la definizione di “sindrome della 4^ PEC.

Per concludere, una cosa è la presa di contatto della parte con il dominio giustizia (generazione della ricevuta di avvenuta consegna da parte del gestore PEC del Ministero di cui all’art. 16Bis, comma 7, DL 179/2012); altra cosa è linserimento dellatto nel fascicolo e la relativa annotazione nei registri, che attiene ad un momento temporale e ad un’attività successivi e che richiedono lintervento del personale di cancelleria.
In conclusione, sembra che il riferimento alla ricevuta di accettazione avrebbe ben potuto essere evitato, non apparendo funzionale alla tenuta del principio affermato ed essendo inevitabilmente, logicamente e tecnicamente precedente linserimento dell’atto nel fascicolo informatico e la relativa annotazione nei registri.
Perugia, 15 Maggio 2016                                                                             Avv. Stefano Bogini


Revisione del 06 Giugno 2016